Da ciò deriva lo spirito d’imitazione e il ricopiarsi l’un l’altro necessario nella massima parte perché la massima parte scarseggia di ricchezze proprie. Da ciò ancora la monotonia di pensare e di scrivere, dalla monotonia la servilità, da questa il languore e non molto dopo il tedio dei lettori sensati che compresi da giustissimo sdegno condannano al ben meritato avvilimento l’arte e gli artisti, gli accademici e le accademie, le lodi e chi le dispensa151. […] Da ciò ne ricevono ancora una ulteriore conferma i principi stabiliti altrove152 circa gli argomenti propri del melodramma e circa la natura dei personaggi dove si fece più diffusamente vedere che i lunghi racconti, le deliberazioni, le trame, i consigli, le discussioni politiche, morali e filosofiche, tutto quello che v’ha nell’umano discorso di tranquillo e d’indifferente non si conviene al canto, come non gli si convengon neppure le passioni sordide e cupe, i caratteri freddi, contiposti, severi e dissimulati, quegli oggetti insomma i quali benché non siano afoni di sua natura, lo sono tuttavia rispetto alla musica vocale, perché non le offrono varietà né chiarezza di accento. […] Da questa proscrizion generale vanno esenti pochissimi scrittori.
Da questo esempio in somma si vuol dedurre, che il buono Apologista dee favoreggiar la Patria nella Buona Causa, in vece di ostentare nelle incertezze, e ne’ punti svantaggiosi un trionfo chimerico col vano suono delle parole. […] Da ciò risulta, che più recente ancora fu lo stabilimento de’ Fenici in quella Costa, mentre i successi narrati de’ Cartaginesi coincidono col III. secolo, prima dell’Era Cristiana.
Da quelle del primo brillante, Bassi, era stato generosamente liberato, ma da quelle del secondo, Canevari, no.
[10] Da ciò si vede che la musica strumentale era abbastanza numerosa e variata. […] Da principio si cantavano le loro canzonette a orecchio senza la composizion musicale. […] Da una banda comparve l’Iride sovra un carro tirato da superbi variopinti pavoni, e seguitata da un coro di ninfe coperte da un trasparente leggierissimo velo che portavano bacili d’argento pieni di siffatti uccelli. […] Da tai commedianti o facitori di farse traggono i più sensati scrittori la prima origine dei giocolieri provenzali, come si può vedere, per tacere degli altri, nelle Riflessioni sul teatro francese del celebre Luigi Riccoboni, e nel Trattato de la Police del Signor de la Marre, né alcuno (ch’io sappia) s’era avvisato finora prima del Signor Abbate di far venire cotal invenzione dalla fiera d’Alocad, o dalle osterie della Granata arabo-ispana. […] Da simili giostre armoniche ebbe principio la corruttela della musica greca.
Da questa favola del Gongora si vede che la commedia spagnuola non è sempre sì onesta matrona qual se l’immaginava l’innocente Saverio Lampillas. […] Da questa lettera screduta la Regina ordina che si sospenda l’esecuzione della sentenza; ma il conte è già stato decapitato. […] Da ciò apparisce l’inverisimiglianza della pratica esecuzione di tal cifra parlando. […] Da quanto abbiamo ora quì appena accennato, ben si rileva perchè nel XVII ancor meno che nel precedente secolo si rinvengano vere tragedie. […] Da ciò si vede che Linguet ha raccolte ma non scelte le favole pel suo Teatro Spagnuolo.
Da questa favola del Gongora si vede che la commedia Spagnuola non è sempre sì onesta matrona qual se l’immaginava l’innocente Lampillas. […] Da questa lettera screduta la regina ordina che si sospenda l’esecuzione della sentenza, ma il conte è già stato decollato. […] Da ciò apparisce l’inverisimiglianza della pratica esecuzione di tal cifra parlando. […] Da quanto quì abbiamo ora appena accennato ben si rileva perchè nel XVII ancor meno che nel precedente secolo si trovino tragedie vere. […] Da ciò si vede che M.
Da una ricevuta del Martinelli rilasciata al signor di Beaumarchais, consigliere del Consiglio di Stato di S.M., abbiamo che alla Compagnia furon pagate 1800 lire, in ragione di 600 lire mensili. […] Da quelle rose appunto, che t’ infiorano il sen, furanti il senno, simboleggia tuo stato.
(Da una serie di dodici acqueforti antiche, riproducenti alcuni tipi della Commedia Italiana). […] Da una lettera del Forciroli, datata da Roma il 19 gennaio 1619, nella quale si annunzia l’arrivo in Roma da Napoli della Compagnia del Cecchini sappiamo anche la paga ch’egli aveva stabilito per ciascheduna rappresentazione in case particolari di nobili, cioè : 25 scudi per comedia col rinfrescamento appresso di robbe mangiative ; e aggiunge il Forciroli ch’eran soliti a recitarne due commodamente tra il giorno e la notte.
Se Padre fossi tu, com’io son Madre, Da paterna pietà forse commosso Disarmeresti le nemiche squadre.
Da queste resoluzion dell’anema ne succiede i varij pensieri e stravagante opinion dell’huomo parte delle quali ne ho trattà cosi in compendio.
[3] Da ciò si vede naturalmente quanto la diversa maniera di prender codesti oggetti ha dovuto influire sulla loro mediocrità. […] Da ciò si rileva il politico fondamento con cui molto prima dello stabilimento della filosofia i governi più illuminati della Grecia vegliavano con tanta cura affinchè la musica perseverasse inmutabile ed incorrotta nella sua istituzion primitiva. […] Da ciò si rileva altresì il perché in seguito gli uomini più saggi fra i Greci, persuadendosi che fosse più utile anzi necessario al bene dello stato il moderar le passioni del popolo che il troppo violentemente svegliarle, abbiano appunto nella musica regolata dalla filosofia trovato il segreto d’ottenere siffatta calma. […] Da quanto si è detto finora risulta ch’ella consisteva sovra ogni altra cosa nel ritmo, il quale operando per via di metri o misure proporzionate all’indole di ciascuna passione, poteva facilmente con una serie di movimenti a bella posta scelti e diretti ad un solo fine temperare, correggere, o divergere altrove i movimenti delle passioni contrarie, onde nascono in noi le tendenze al bene od al male; essendo principio incontrastabile in filosofia che le virtù e i vizi puramente umani (non le virtù teologali, le quali suppongono un abito soprannaturale infuso dalla grazia divina) sono per lo più un effetto della sensibilità e del fisico temperamento, i moti de’ quali dipendono dalle impressioni che vengono loro comunicate, o che ponno comunicarsi dalla educazione non meno privata che pubblica.
Da questi lacci in cui M’implica il tuo parlar (cedasi al vero) Disciogliermi non so. […] [29] Da una parte lo spirito di cavalleria sparso in tutta l’Europa dopo l’invasione degli arabi, e dopo i viaggi fatti in terra santa, celebrato da poeti siciliani e provenzali, e rapidamente promosso da quella epidemia di romanzi che facevano pressoché la sola letteratura di quei tempi: Dall’altra il sistema di Platone abbellito prima in Italia dalla gentilissima musa del Petrarca, indi reso comune pel mezzo dei Greci fuggiaschi che vi si annidarono, aveano nel regno d’amore introdotta un’aria di novità sconosciuta fin’allora negli annali dell’universo. […] Da essa proviene che i personaggi vadino, venghino, si fuggano e s’incontrino in sulla scena non già come richiederebbero le circostanze e la situazione, ma come torna più in acconcio al poeta. Da essa deriva che gli attori parlino ad alta voce, se la intendano e siano intesi dagli uditori senza che il terzo, che è presente, se ne accorga pure d’un solo accento. Da essa nasce che favellino alternativamente con troppo studio imitando l’uno i sentimenti dell’altro, come fanno i pastori nell’egloghe amebee di Teocrito.
Da fonti lontani e quasi impercettibili scaturiscono spesso i più notabili evenimenti. […] Trema la mente in me stupida e tutta Per timor sbigottita Da sollecita tema Scuotere il cor mi sento. […] Ma l’infinita turba abbandonata Da la pietate altrui A cruda morte giunta, Priva de l’altrui pianto, Sopra il nudo terren giace insepolta. […] No, caro padre (io ti dicea pendendo Da le tue guance ch’oggi ancora io tocco) Non fia mai ver che in vecchia età ti lasci. […] Io sventurato io nacqui Da chi l’esserne nato Ora è mia colpa.
Da una bolla di Sisto V indirizzata al Nunzio di Spagna si ricava che l’uso degli eunuchi era molto comune in quella nazione probabilmente per la musica delle chiese o per quella di camera. […] Da una lettera del celebre viaggiatore Pietro della Valle a Lelio Guidiccione scritta nel 1640 si vede ch’erano di già comunissimi sulle scene italiane a quel tempo.
Da quest’editto nacque la mezzana. […] Da principio la rappresentazione e la danza furono indivise dalla musica e dalla poesia.
Da questo sentimento non contraddetto da i dotti si è fatto un pregio di discordare il tante volte ammirato Lampillas, pretendendo che la Spagna si governasse per alcuni secoli col codigo delle leggi gotiche recopilate da Alarico sin dal 506. […] Da tutto ciò che si è ragionato in questa nota, può comprendere il Sig.
Da ciò si ricava, che quanto i comici Latini dicevano di se e de’ poeti contemporanei ne’ prologhi, i Greci facevano dire in qualche parte de’ cori. […] Da questo matrimonio disuguale cominciarono a buon’ ora le discordie de’ consorti, che Strepsiade va rivangando nella prima scena. […] Son io, son desso, il tuo Cleon, che a torto Da costui son battuto. […] Da questo editto nacque la Mezzana. […] Da ciò che ad un rinfaccio, ogni altro impari.
Da ciò che ad un rinfaccio, ogni altro impari.
» Da quella dell’ Internari passò ancora in altre Compagnie, sinchè, avanzato in età, dovè darsi a’caratteristi, in cui non fece quelle prove che sperò.
Da quanto riferito abbiamo de’ Tragici Latini di quest’epoca, e della precedente, non parmi che negar si possa che la lingua latina si prestasse felicemente al genio tragico, come accennò Orazio, Et spirat tragicum satis, et feliciter audet. […] Da alcuni questa Medea latina è anteposta alla greca. […] Io fuggo Dagli uomini, da numi, Da voi tutti e da me.
[13] Da cotal lusso nell’applicazione della musica strumentale si deducono alcune conseguenze di pratica oltre le indicate di sopra, le quali non sia inutile osservar brevemente. […] Da ciò ne deriva che or si rallenti or s’affretti sconciamente la pronunzia, che le parole perdano il loro effetto, e che non vi si scorga punto quella perenne e non mai interrotta continuità di declamazione, quel tuono musicale che dee modellarsi prima sulla spezie di canto suboscuro (come il chiama Cicerone) proprio del discorso familiare, e poi sull’arte della declamazione drammatica. […] Da questa è poi venuta la sazietà del bello, e il desiderio di variare, che hanno generato in seguita la mediocrità, la stravaganza, e il capriccio. […] [51] Da ciò è derivato un’altro inconveniente.
Da fonti lontani e quasi impercettibili scaturiscono spesso gli eventi più rimarchevoli. […] Trema la mente in me stupida e tutta Per timor sbigottita: Da sollecita tema Scuotere il cor mi sento. […] Ma l’infinita turba abbandonata Da la pietate altrui, A cruda morte giunta, Priva de l’altrui pianto, Sopra il nudo terrea giace insepolta. […] Finalmente con somma conoscenza del cuore umano quello grande ingegno mostra più eloquentemente l’immenso dolore del padre di quello che altri fatto avrebbe con una lunga declamazione: Poiché fu l’innocente al loco giunta Dove i greci facean larga corona Al nostro re, come venir sa vide Benché fuori di tempo e troppo tardi Da paterna pietà gelossi ’l sangue, E la pallida faccia addietro volse, Indi col manto si coperse il volto.
[5] Da tali differenze introdotte dal canto si scorge ancora quali proprietà si richieggano oltre le accennate di sopra in un linguaggio acconcio a tal fine. […] [14] Da ciò ne siegue che la melodia della lingua e del canto italiano è la più viva e sensibile di quante si conoscano, perocché traendo questa nobilisima parte della musica da sua origine, e la sua forza dalla imitazione trasferita al canto delle diverse successive inflessioni, che fa l’uomo nella voce ordinaria, allorché è agitato da qualche gran passione, ed essendo esse inflessioni tanto più variate, e moltiplici quanto maggiore è la varietà degli accenti nella sua pronunzia; egli è per conseguenza chiarissimo, che più espressiva sarà la melodia a misura, che la lingua sarà più abbondevole e varia in questo genere, perché l’imitazione della natura diverrà più perfetta.
Da una banda la storia ci dimostra che Lulli riconosceva la superiorità del Quinault nel verseggiare e nello scerre e disporre i suoi piani.
Da questo medesimo fatto possiamo eziandio rilevare che le rappresentazioni Spartane altro non fossero che burlette, o mimi; non essendovi esempio in Grecia che le donne rappresentassero in tragedie o commedie.
Da certi pensatori oltramontani in questo secolo chiamato filosofico si è tentato di annientar la poesia a forza di analizzarla e ridurla a un certo preteso vero che gli fa inviluppare in un continuo ragionar fallace.
Da quel tempo spiegarono una propensione particolare al grande, al terribile, al tetro, al malinconico più che al tenero, ed una vivacità, una robustezza e un amor deciso pel complicato più che per la semplicità; e questo carattere di tragedia si è andato sempre più disviluppando sino a’ dì nostri.
Da una banda la storia ci dimostra che Lulli riconosceva la superiorità di Quinault nel verseggiare e nello scerre e disporre i suoi piani22.
Da quella sera lo Zacconi ebbe coscienza della sua forza, e la visione chiara e precisa di quella specie di fascino che la sincerità e la verità possono operare sul pubblico.
Da questo matrimonio disuguale cominciarono a buon’ora le discordie de’ consorti, che Strepsiade va rivangando nella prima scena. […] Son io, son desso, il tuo Cleon che a torto Da costui son battuto. […] Da costui son battuto. […] Son di costui rivale, e ti amo, e bramoti Da lungo tempo, e di giovarti struggomi. […] Da prima dunque sicofanti erano i delatori de’ contrabbandisti di fichi, e poi questa voce divenne più generale, e comprese tutte le spezie di accusatori e calunniatori spregevoli, In seguito i furbi mercenarii tutti introdotti nelle commedie per aggirare e trappolare chiamaronsi sicofanti.
Da questo sentimento non contraddetto da i dotti si è fatto un pregio di discordare il più volte rammemorato Lampillas, pretendendo che la Spagna si governasse per alcuni secoli col codigo delle leggi gotiche compilate da Alarico sino dal 506. […] Da tutto ciò che si è ragionato in questa nota può comprendere il sig.
Da questo momento non s’han più indizj della presenza di Marinetta a Parigi, il che fa credere ch’ ella fosse in quest’ ultimo viaggio condotta a Firenze, ove si stabilì separata dal marito, forse per incompatibilità de’ caratteri, essendo essa più tosto uggiosa, e venendo egli di dì in dì più avaro. […] Da un diario inedito di Firenze, Ademollo riferisce (ivi) che il 17 luglio dello stesso anno venne in verso dal Val d’Arno un temporale e gragnuola e saette, e ne morì un figliuolo di un commediante e buffone detto Scaramuccia.
Da queste danze e scene recitate di Wateeoo non sono dissimili quelle delle isole degli Amici e le altre degli abitanti delle isole Caroline del Mar Pacifico del Nort.
Da un lato la corte movea varie molle per allargare i confini della prerogativa reale, e dall’altro i parlamentari, pieni d’idee gigantesche di libertà e uguaglianza presbiteriana; ambivano annientarla.
Da quanto abbiamo in questo capo ragionato, si deduce che il principio del vuoto della storia teatrale si trova a’ tenpi de’ Tiberii, de’ Caligoli e degli altri imperiosi despoti, i quali fecero ammutolire i poeti, spaventandoli con diffidenze e crudeltà, e furono cagione che i teatri risonassero unicamente di buffonerie e laidezze, per le quali ci bisogna più impudenza che ingegno.
Da certi pensatori oltramontani in questo secolo chiamato filosofico si è tentato di annientar la poesia a forza di analizzarla, e ridurla a un certo preteso vero che gli fa inviluppare in un continuo ragionar fallace.
Da prima quest’uomo di lettere pieno d’ingegno quasi scherzando prese a combattere i due competitori ; e si contentò di provar col fatto, che il concorso del popolo non era argomento sicuro del merito de’loro drammi. […] Da queste sorgenti nascono i suoi piani con arte e verosimiglianza ravviluppati e disciolti, i caratteri maestrevolmente delineati e coloriti, gli argomenti sempre interessanti. […] Da che ? […] Da noi diverse Bestie voi siete, e abbiam mestier diverso ; Banchetto filosofico-reale Mostro è risibil che finisce in pianto. […] Da ciò apparisce di aver io sempre giudicato del Cinna e del Tito colla giusta differenza che esige la tragedia ed il melodramma, e di non aver mai preteso di comparare i due componimenti per dare un glorioso vantaggio al drammatico Italiano sopra il tragico Francese.
Da moltissimi se ne attribuisce l’invenzione a Calderón che tanti ne scrisse dalla nazione sommamente applauditi.
Da questo medesimo fatto possiamo eziandio rilevare che le rappresentazioni Spartane altro non fossero che burlette o mimi; non essendovi esempio in Grecia che le donne rappresentassero nelle tragedie e commedie.
Da quel tempo s’intesero ne’ fasti scenici mentovati i nomi delle mime Origine e Arbuscula, delle quali favella Orazio ne’ Sermoni, e di Citeride mima favorita di Marcantonio, e di Lucilia mima che visse sino a cento anni nominata da Plinio.
Da questa lettera di ringraziamento, che esso Scala inviò al Duca non appena giunto a Venezia, vien fuori un nuovo personaggio, la Livia, che parrebbe, all’ascendente che esercita su lui, una moglie in calzoni.
Da coloro che vogliono parere eruditi si attribuisce ad Azzio maggior forza, a Pacuvio maggior dottrinaa. […] Costui non ha fatto altro in vostra assenza Che affibbiarvi tutt’oggidelle ingiurie Da voi non meritate, a lui dovute. […] Da chi preso abbia questo vestimento? […] Da ciò proviene la necessità assoluta di richiamarla alle limpide sorgenti del sapere, e delle bellezze letterarie, e di parlar piuttosto con sobrietà, gusto e dottrina degli antichi, che di scarabocchiar su materie non indegnamente altra volta maneggiate certi libri inutili tessuti di ritagli di Francesi e Italiani impudentemente saccheggiati e non citati se non per criticarli e motteggiarli astiosamente.
[6] Da quanto ho l’onore di dirvi, o Signore, ne viene che gli antichi non ebbero il costume d’affastellar più note intorno ad una stessa sillaba, e che non conobbero punto le prolazioni191. […] [NdA] Da questa riflessione dell’autore, ch’è verissima, si ricava essere insussistente l’opinione di coloro (tra’ quali deve contarsi il Muratori nel secondo tomo della perfetta poesia) che veggendo i difetti della musica italiana nascere per la massima parte dall’abuso che si fa del canto nell’arie vorrebbono ad ogni modo sbandirle dal teatro e ridurre la melodia drammatica al solo recitativo.
Da qui anche l’invito a badare di più alla recitazione delle seconde e delle terze parti; e invece: «i direttori de’ teatri e gl’impresari poco pensiero si danno delle ultime parti. […] [Sez.III.1.1.3] Da ciò si vede che la simmetria è l’origine della consonanza de’ tuoni. […] Da che essa cominciò a comparire su’ teatri d’Europa, e a far sentire quel suo inudito, distintissimo, inimitabil gorgheggio, tutto divenne gorgheggio sopra i teatri. […] Da questo elogio del Peruzzi si possono dedurre le qualità che si hanno a trovare in una scena, le quali a tre si riducono, e sono vastità, novità e verisimiglianza. […] Da ciò che si è detto della maschera, s’intende ancora quanto sarebbe desiderabile che si abolisse sul teatro l’uso del belletto, il quale impedisce di vedere il cambiamento del colore, che ha tanta forza di muoverci.
Da qualunque causa ciò venga, a cagione appunto della verità che in sé contiene, ha la voga e trionfa un tal genere di musica, benchè riputata plebea.
Da queste epoche ricava l’Apologista, che il Perez soggiornasse in Italia dal 1514. sino a’ principj del 1517.
Da ciò si deduce che molti anni prima del 1640 (in cui scrisse Pietro della Valle che erano essi assai comuni sulle scene italiche) gli eunuchi si erano introdotti ne’ nostri melodrammi, Ora riducendo discretamente questi molti anni a soli dodici o quindici, noi risaliremo intorno al 1625, E così se per ora non possiam dire precisamente l’anno del primo melodramma recitato dagli eunuchi, avremo almeno stabilito che l’epoca della loro introduzione sulla scena si chiuda certamente nello spazio che corre dall’anno 1610 al 1625.
Da segnalare in particolare l’intervento di Gerardo Tocchini, Dall’Antico Regime alla Cisalpina. […] Da tale corrispondenza tra interno e esterno nasce l’espressione, designata come il primo linguaggio universale. […] Da qui la critica mossa all’Alfieri, che spesso ha portato in scena caratteri piuttosto monotoni, dominati da un’unica, forte passione, come nel caso dei suoi tiranni. […] Da tali effetti sensibili noi raccogliamo ed argomentiamo ordinariamente quella forza e facoltà, che la natura interna ed invisibile, propria di qualunque essere, costituiscono. […] Da questa nuova proporzione risulta ancor più l’unità e l’armonia del disegno, per cui tutte le parti conspirano concordemente a far risaltare la principale.
Da quel globo di luce, ove tu splendi, Stendimi la tua destra . . . amato padre . . . […] Da te morire io lungi? […] Oh qual terribil lampo Da questi accenti! […] Da questi accenti! […] Da una parte vorrebbe dalla ferita di Odorico trarre partito e commuovere Elvira per determinarla a sopravvivere a suo riguardo alla perdita di Adallano; quindi fa che comparisca ferito sostenuto da due, tutto intento a intenerirla: I miei raccogli Moribondi respiri . . .
Da questo passo si scorge che il Palissot e il Collè compresero la differenza che passa tralla commedia tenera e la lagrimante. […] Da ciò si scorge, che la bella declamazione naturale del celebre discepolo di Moliere Michele Baron nato net 1653, e morto nel 1729, e della mirabile attrice Adriana Le Couvreur, sia andata degenerando.
Da alcuni questa Medea latina è antiposta alla greca. […] Io fugge Dagli uomini, da’ numi, Da voi tutti, e da me.
Da poi ch’ella fu morta, il re sospeso Stette per breve spazio muto e mesto Da la pietate, e da l’orror confuso Il suo dolor premea nel cor profondo; Poi disse: Alvida, tu sei morta, io vivo Senza l’anima? […] Da questa ragionata narrazione, e non da arbitrarie decisioni, può ricavarsi l’indole della tragedia Italiana del XVI secolo.
Da coloro che vogliono parere eruditi si attribuisce ad Accio maggior forza, a Pacuvio maggior dottrina84. […] Costui non ha fatto altro in vostra assenza Che affibbiarvi tutt’oggi delle ingiurie, Da voi non meritate, a lui dovute. […] Da chi preso abbia questo vestimento?
[16] Da tai mezzi aiutata la moderna mitologia si trasfuse nella poesia italiana, e contribuì non poco ad illeggiadrirla.
Da prima, a quel che ci dicono i suoi nazionali, avea egli dato un figlio a Toante, facendolo innamorato d’Ifigenia; ma il sig.
Da loro frammenti non si ravvisa la via che essi tennero in costruire i loro Anfitrioni; ma è verisimile che come Plauto nel suo essi vi trattassero comicamente l’avventura di Giove con Alcmena, dipartendosi dal sentiero tragico probabilmente battuto da Euripide nella sua favola perduta intitolata Alcmena. […] Da tal commedia Plautina si trasse in prima in Italia la novella di Gieta e Birria attribuita al Boccaccio, ma scritta da Giovanni Acquetini che fiori col Burchiello nel 1480, come dimostra l’Argelatia. […] Da una parte si vedeva la figura di Nevio animata coll’iscriziionz Nevius poeta Cap.
No, caro padre (io ti dicea pendendo Da le tue guance ch’oggi ancora io tocco) Non fia mai ver che in vecchia età ti lasci. […] Il Dolce così l’espresse: Poichè fu l’innocente al loco giunta, Dove i Greci facean larga corona Al nostro re, come venir la vide, Benchè fuori di tempo e troppo tardi, Da paterna pietà gelossi il sangue, E la pallida faccia addietro volse, Indi col manto si coperse il volto.
Da prima questo letterato pieno d’ingegno quasi scherzando prese a combattere i due competitori, e si contentò di provar col fatto che il concorso del popolo non era argomento sicuro della bontà de’ loro drammi.
Da tali favole tirò la sua tragedia il Baruffaldi, nè se ne infinse, ma ingenuamente l’accennò nel ragionamento che vi premise. […] Veggasene uno squarcio : Un lamentevol suon parmi improvviso Da lunge udir che più s’appressa : io veggio Fra una pallida luce in quel momento Terribile apparir mesto fantasma. […] … Da te morire io lungi ? […] … Oh qual terribil lampo Da questi accenti ! […] Da bella greca, ma infedel, trafitto Vive un misero re tra smanie e pianti : Speusippo, il figlio, Artea non han più dritto Su gli affetti in amar ciechi e costanti.
Da questo racconto giustificato dalla ragione, da’ fatti e dall’autorità de’ medesimi eruditi nazionali, si ricava che gli Spagnuoli nel XVI secolo più di ogni altro popolo si appressarono agl’ Italiani. […] Il Crescimbeni mentova questa versione nel I libro de’ suoi Comentarj, dando al traduttore il nome di Alfonso Ulloa; ma ne’ seguenti versi egli si dà il cognome di Ordoñez: Nel mille cinquecento cinque appunto De Spagnuolo in idioma Italiano E’ stato quest’opuscolo transunto Da me Alfonso Ordoñez nato Ispano.
Da quanto abbiamo in questo capo osservato, si deduce che il principio del vuoto della storia teatrale si trova a’ tempi de’ Tiberii, de’ Caligoli e degli altri imperiosi despoti, i quali fecero ammutolire i poeti, spaventandoli colle diffidenze e crudeltà, e furono cagione che i teatri risonassero unicamente di buffonerie e laidezze, per le quali ci vuole più impudenza che ingegno.
Da questo racconto giustificato dalla ragione, da’ fatti e dall’autorità di eruditi nazionali, si ricava che gli Spagnuoli nel XVI secolo più di ogni altro popolo si appressarono agl’Italiani. […] Il Crescimbeni mentova questa versione nel I libro de’ suoi Comentarii dando al traduttore il nome di Alfonso Ulloa; ma egli ne’ versi che soggiungo, si appropria il cognome di Ordoñez: Nel mille cinquecento cinque appunto Di spagnuolo in idioma italiano E’ stato questo opuscolo transunto Da me Alfonso Ordoñez nato Ispano.
Da questi studj nacque in lui l’amore per la Commedia di Carattere, che coltivò poi sempre scrivendo quel gran numero di componimenti Comici, che formano la raccolta del suo Teatro.
Da queste cose voi per voi stesso potete ora vedere quanto male la condotta del Vega di servire al gusto del volgo Spagnuolo, venga giustificata dalla sognata corruzione del gusto teatrale della Plebe, e de’ Cavalieri di Roma, fondata sulla vostra erronea credenza, che gli spettacoli dell’Anfiteatro, e del Circo, i Pugili; le Fiere, i Trionfi, i Gladiatori fossero rappresentazioni sceniche spropositate.
Da che vide il Teatro di Borgogna manifestò un’inclinazione potente verso gli spettacoli scenici.
Da ciò veniva la facilità mirabile che avea nel verseggiare (ciochè è diametralmente opposto alle falsità immaginate dal Garcia); e la ragione fu indicata da Orazio: Verbaque provisam rem non invita sequentur.
Da ciò si scorge che la bella natural declamazione del celebre discepolo di Moliere Michele Baron nato nel 1653 e morto nel 1729, e della mirabile attrice Adriana Le Couvreur, sia andata degenerando.
Da alcuni questa Medea é anteposta alla Greca. […] Io fuggo Dagli uomini, da numi, Da voi tutti, e da me.
Da un lato quindi Algarotti guarda alle discussioni italiane del primo Settecento, dall’altro egli pubblica il suo scritto in un momento in cui il discorso sul dramma per musica era al centro di un dibattito europeo6, nel quale erano coinvolti in Francia esponenti di primo piano della philosophie; un dibattito che, se riguardava apparentemente il confronto tra i modelli opposti dell’opera francese e dell’opera italiana, segnava una trasformazione radicale del gusto, in nome di una maggiore aderenza della poesia alla natura e all’uomo, in termini laici e illuministici.
Da queste due ragioni combinate insieme risulta il doppio bisogno di far prevalere alternativamente nel melodramma or la poesia or la musica, e di maneggiar la melodia con certe precauzioni allorché faccia di mestieri unirla colle parole affinchè queste non perdano totalmente l’effetto loro. […] Da qual sovrana decisione, da qual tribunale emanò un’autorità così destruttiva dei nostri più squisiti piaceri?
Da una banda della scena vedeasi tranquillamente sdraiata la verità sotto il nome d’Alithia. […] Da ciò ne conseguita che la mimica ha tutti i vantaggi della pittura e della scultura nella varietà, nella scelta, e nella forza delle attitudini avendo di più l’impareggiabile prerogativa di poter mettere ne’ suoi quadri una successione, un muovimento che mettervi non ponno i pittori o gli scultori condannati a non esprimere fuorché un solo atteggiamento nelle figure, né tampoco negherò che veduto non si sia un qualche ballo pantomimo in Italia, il quale ben composto, ben eseguito, accompagnato da una musica espressiva, e afferrando nella sua imitazione i tratti più caratteristici e più terribili d’un argomento, abbia prodotto sugli spettatori un effetto eguale e forse maggiore di quello ch’è solita a produrre la tragedia recitata.
Da trent’anni in circa quest’emulazione ha purgato in gran parte il teatro tedesco delle passate stravaganze, e l’Alemagna che già cultiva con felice successo ogni genere di letteratura, conta vari drammatici degni di lode.
Da quel tempo spiegarono una propensione particolare al grande, al terribile, al tetro, al malinconico, più che al tenero, ed una vivacità e una robustezza, e un amor deciso pel complicato, più che per la semplicità; e questo carattere di tragedia si è andato sempre più disviluppando sino a’ nostri giorni.
Da ciò potete inferire, come lo Spirito di Nazionalità vi ha offuscata la vista, per la qual cosa avete perduta la traccia del vero, e vi siete attaccato alle ombre.
Da quarant’anni in circa il comico si é andato sempre più allontanando dalle commedie francesi, e per sterilità d’ingegno vi é stato sustituito il patetico e l’orrido.
Altro il valore Non ti lasciò degli avi Nella terra già doma Da soggiogar che il Campidoglio e Roma.
Altro il valore Non ti lasciò degli avi Nella terra già doma Da soggiogar che il Campidoglio e Roma!
Da tali favole trasse la sua tragedia il Baruffaldi, nè se ne infinse, ma ingenuamente l’accennò nel ragionamento che vi premise. […] Veggasene uno squarcio: Un lamentevol suon parmi improvviso Da lunge udir che più s’appressa: io veggio Fra una pallida luce in quel momento Terribile apparir mesto fantasma.
Qui mandritti, rouersi, e stramazzoni, Mangiar bombarde, sputar stocchi e spade, Tagliar pilastri, e franger torrioni, Vdrete tanta stragge, e crudeltade, Da far impaurir Orsi e Leoni, Non che fanciulli, o done per le strade.
Da tale presentimento non è libero neppure il Britanico di Racine, ma sopra tutto esso è considerabile nell’Andromeda di Pietro Cornelio. […] Da tale macchia rimane assai difformata la Merope del Marchese Maffei, benché per più cose pregevolissima, come si può riconoscere ne’ colloqui segreti che quella regina fa con Ismene alla presenza del tiranno che nulla ode. […] Da vari esempli de’ tropi sopra accennati puossi comprendere ancor l’arditezza de’ medesimi: contuttociò vedrassi ella maggiormente da certi altri che particolarmente m’occorrono a tal proposito. […] Da che vuolsi dedurre che quantunque le tragedie francesi abbiano in questa parte alcuna superiorità sopra molte italiane, esse nondimeno non pur non hanno quella eccellenza che vien loro ascritta ma sono inferiori a certe nostre moderne. […] Da tale disordine deriva l’altro, il quale è che gli spettatori non ottengono il frutto proprio di questa tragedia: poiché si vede il castigo in chi è senza il delitto, a cui deve corrispondere.
HIELLE piange la madre Fvggendo il lume, à le spelonche tratti S’eran gli Augei notturni ; E già suegliata vscìa la Rondinella A’bei raggi diurni ; Quando più ch’altra bella Hielle sorgendo, la uermiglia Aurora Vide, che uiolette, e rose, e gigli Da la sua chioma inannellata, e bionda, E da l’eburneo seno Spargèa del Ciel ne le contrade eterne ; E col piè vago d’animata neue Di fior premendo l’ingemmato suolo Seguitò fin che giunse Là doue scaturia da vn viuo sasso Liquefatto vn bel vetro, che se n’gìa Con lento e queto passo L’herbe irrigando ; iui si pose, ed iui Pensosa al volto fè colonna, e letto Del braccio e de la mano ; e fisò i lumi A terra.
Da tale ragione rimane persuaso il dolce Dulcidio.
Da tale potente ragione rimane persuaso il dolce Dulcidio.
Da prima, a quanto ne dicono i nazionali, avea egli dato un figlio al re Toante facendolo innamorato d’Ifigenia.
Da un sol motto La saviezza di lei non si discerne.
Macro congedando gli spettatori mostra lo scopo morale dalla favola: Voi che avete moglier giovane e bella, Da lui pigliate esempio, e non ne siate Gelosi più, che certo fate peggio; Perchè il più delle volte è temeraria La gelosia che vi presenta cose Che’ n effetto non sono; e non è doglia Nè miseria di lei peggiore al mondo.
Macro congedando gli spettatori mostra lo scopo morale della favola: Voi che avete moglier giovane e bella, Da lui pigliate esempio, e non ne siate Gelosi più, che certo fate peggio; Perchè il più delle volte è temeraria La gelosia che vi presenta cose Che ’n effetto non sono; e non è doglia Nè miseria di lei peggiore al mondo.