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200. (1715) Della tragedia antica e moderna

[6.53ED] Tu lo vedi sin accennato nel capitolo X del mio frammento della Poetica, ove, divisando le parti della tragedia e dividendola in prologo, episodio, esodo e corico; dopo aver detto che questo alle volte è stabile e mobile ancor alle volte; aggiungo che il prologo è quella parte della tragedia che è avanti l’ingresso del coro; che l’episodio è la parte giusta della tragedia fra i perpetui canti del coro; e che l’esodo è la giusta parte della tragedia non susseguita da verun canto del coro; ma perché vi ha una parte di coro la qual si mescola con gli attori, accenno che questa che io chiamo coro, non canta, essendo un accompagnamento di pianto e di gemito con quelli che son in scena. [6.54ED] Da ciò dedurrai che il vero coro sempre canta e che le altre parti della tragedia non si cantano, anzi, quando l’istesso coro accompagna i personaggi in scena, non canta, ma geme con quelli, essendo troppo ridevole che il coro cantasse con chi ragiona e solendosi per lo più introdurre il coro con gli attori a colloquio nelle occasioni che ha maggior mossa l’affetto e che si abbandona ad un’alterata declamazione. […] Da qui la sua tradizione presso le repubbliche oligarchiche del Cinque-Seicento italiano, ma anche la sua inattualità nella Francia del XVIII secolo, retta non dalla tirannide, ma da una giusta monarchia.

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