Capo III.
Teatri orientali.
I precedenti fatti principali, variamente modificati dalla diversità de’ costumi, de’ tempi, e de’ gradi di coltura, compongono la storia de’ teatri di tutta la terra. Ma quali sono queste modificazioni? A qual punto d’eccellenza essi pervennero? Come caddero, e dove? Quando risorsero? Sotto qual cielo acquistarono la forma più perfetta, cioé più dilettevole, e più istruttiva? Tutto ciò si deduce agevolmente dalle storie particolari di ogni teatro. Cominciamo dagli orientali.
Prima che▶ altrove, gli spettacoli scenici furono inventati nell’impero vastissimo della China. Sembra ◀che▶ non interrottamente abbia in essi dominato ognora lo spirito religioso primitivo, da ◀che▶ fino a questi tempi la commedia si considera da alcuni cinesi, come antico rito del patrio culto. In Bantam, ch’é la capitale dell’isola di Giava, e ch’é divisa in due gran parti, una delle quali é abitata da’ cinesi ◀che▶ le danno il nome, qualunque sagrifizio si faccia nelle pubbliche calamità o allegrezze, é costantemente accompagnato da un dramma, il quale si riguarda come rito insieme, e festa pubblica.
Non havvi nella China verun teatro pubblico e fisso; ma le rappresentazioni sono assai frequenti, dovendo esse formare una parte indispensabile d’ogni festa e convito scambievole de’ mandarini4. Girano per questo istancabilmente i commedianti cinesi di casa in casa, inalzano in un attimo i loro teatri portatili, e recitano ne’ cortili, o nelle piazze.
Scorrono pure di città in città nel Giappone alcune compagnie comiche, composte quasi interamente di donne schiave d’un archimimo, a conto del quale rappresentano. Donne tali, schiave abbiette, ed infami, si prostituiscono ai nobili giapponesi, i quali le sprezzano, e le incensano, le arricchiscono vive, e soffrono ◀che▶ appena morte, vengano strascinate per le vie con una fune al collo, e lasciate insepolte in preda ai cani5. Nell’istessa abbiezione vivono le commedianti nella China, avvegnaché non manchino ne’ fasti di questa nazione esempli di regnanti ◀che▶ vinti da’ vezzi delle sirene teatrali, giunsero all’eccesso di prenderle per conforti, come fece l’imperador Kingn ◀che▶ regnò quarant’anni in circa prima dell’era cristiana6.
Ma se la prostituzione, la dissolutezza de’ costumi, e la schiavitù rendono infami nell’oriente i commedianti, non si lascia d’ammirare la loro abilità di ben rappresentare e si stimano gli attori eccellenti, e si encomiano sopra tutti quei del Tunkino7, egli é pure cosa comune in alcune corti orientali di veder rappresentare i sovrani. Nel reame di Firando appartenente al Giappone si é veduto più d’una fiata in sulla scena il re colla real famiglia e co’ suoi ministri politici e militari, rappresentar qualche favola drammatica8. Ed é tale l’esattezza ◀che▶ si esige nell’imitazione de’ caratteri, o il timore di abbassarsi rappresentando una parte inferiore, ◀che▶ ciascuno nel dramma sostiene il medesimo carattere ◀che▶ lo distingue nello stato. Il re rappresenta da re; i suoi nipoti o figli da principi; da capitani, o consiglieri, i veri consiglieri e capitani; da servi i servi. Quindi é ◀che▶, qualunque ne sia la cagione, essi in tal modo avvivano la finzione con i veri colori del costume, ◀che▶ ne risulta quella tanto desiderata incantatrice illusione ◀che▶ interessa e sospende gli ascoltatori.
I cinesi non distruggono questa bella imitazione colle maschere sempre nemiche della
vera rappresentazione, le quali si adoperano unicamente ne’ balli e ne’ travestimenti di
ladro. Gl’interlocutori delle favole cinesi sogliono essere otto o nove; ma i
commedianti non son più di quattro o cinque; e ciascuno di loro fa due o tre parti. E
acciocché lo spettatore non confonda i vari
personaggi ◀che▶
sostiene un istesso attore, tosto ch’ei si presenta in teatro, dice alla bella prima il
nome ◀che▶ porta in quella scena. Ecco come si dà a conoscere il protagonista del dramma
intitolato Tchao-Chi-Cu-Ell, o sia l’Orfano della Famiglia
Tchao, tradotto dal P. Prémare e tratto da una collezione di un centinaio di
drammi scritti nella dinastia di Yuen: «Io sono Tching-poei, mio padre naturale é
Tching-yng, mio padre adottivo é Tu-ngan-cu; io soglio la mattina esercitarmi nelle
armi, e la sera nelle lettere; ora vengo dal campo per veder mio padre
naturale».
Non si conosce nella China, nel Tunkino, e nel Giappone la divisione europea delle favole teatrali in tragiche e comiche. Si cerca solo di copiar in un dramma le azioni umane col fine d’insinuar la morale, e vi si adopera indistintamente il ridicolo e ’l terrore. I casi più terribili, le riflessioni più sagge, le circostanze più serie, le situazioni più patetiche, rare volte vengono scompagnate da bassezze e motteggi buffoneschi. Ogni favola é divisa in più atti senza numero determinato, e ’l primo di essi ch’equivale a un prologo, chiamasi Sie-Tse, e tutti gli altri Tche.
La musica antichissimamente introdotta nella China e coltivata dall’istesso Fo-hi, il quale inventò uno stromento di trentasei corde, sembra ◀che▶ vi sia caduta in dispregio, e negli ultimi tempi si trova appena tollerata da’ nobili nella scena9. Ma in qual modo essa entra nel dramma cinese? Parte di esso si recita semplicemente, e parte si canta. E qual parte se ne canta? Quella in cui le passioni sono nel maggior calore e trasporto. Si annunzia ad un personaggio la notizia della sua condannagione a morte? Medita egli qualche grande impresa sdegna? Minaccia? Si dispera? Tutte queste passioni vivaci si esprimono cantando: il rimanente si recita senza musica.
Il dramma cinese non si spazia in episodi ◀che▶ son fuori dell’azione principale, perché tutti prende a rappresentare i fatti più rilevanti d’una lunga storia. Partano poche scene, in cui non lì uccida alcuno. Tre ore di rappresentazione spiegano gli eventi di trent’anni. Comparisce fanciulla, amoreggia, e si marita una donna, la quale ha da produrre un bambino ◀che▶ dopo quattro lustri si annunzia come il protagonista della favola. Mancano adunque i poeti cinesi d’arte e di gusto ne’ drammatici componimenti, ◀che▶ seppero inventar sì a buon’ora; e con tanto agio ancor non hanno appreso a scegliere dalla serie degli eventi un’azione, per la verisimiglianza delle circostanze propria a produrre quell’illusione ◀che▶ sola può trasportar lo spettatore in un mondo apparente per insegnargli a ben condursi nel vero.
Oltre alle rappresentazioni mentovate, gli orientali da remotissimo tempo hanno avuto i balli pantomimici. Alcuni de’ commedianti cinesi sonosi addestrati a rappresentar senza parlare, seguendo le leggi della cadenza musica. In tale esercizio singolarmente contraddistinguonsi le ballerine di Surate nel Guzurate, penisola posta tra l’Indo e ’l Malabar, le quali da’ portoghesi chiamaronsi Bayladeras. Vengono esse allevate in alcuni collegi, e destinate a danzar ne’ pagodi ed a servire ai piaceri de’ brami. Ma varie compagnie di codeste cortigiane consacrate girano per divertire i ricchi mori e gentili, menate da alcune vecchie ◀che▶ ne sono le direttrici. Un solo musico di età avanzata, e ’l più brutto di tutti gli uomini, le siegue e le accompagna con uno strumento di rame chiamato nell’Indie Tam. Mentre esse ballano, il brutto musico ripete questa parola con una vivacità continua, rinforzando per gradi la voce, e stringendo il tempo del suono in maniera ch’egli palesa il proprio entusiasmo con visacci e strane convulsioni: e le ballerine si agitano con un’agilità sorprendente, la quale accoppiata al desiderio di piacere e agli odori, de’ quali son tutte asperse e profumate le fa grondar di sudore e rimaner dopo il ballo pressoché fuor di se. I balletti di tali donne voluttuose abbellite dal vago loro abbigliamento (descritto con leggiadria dal rinomato abate Raynal10 e dall’arte di piacere ◀che posseggono in grado eminente, son quasi tutti pantomimi amorosi, de’ quali il piano, il disegno, le attitudini, il tempo, il suono, le cadenze respirano unicamente l’amore, e n’esprimono i piaceri e i trasporti.